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L’autorizzazione come ritualePubblicato il 27-06-2011

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L’autorizzazione come rituale

 

Nell’editoriale del prof. Carlo Guastamacchia pubblicato sulla rivista Dental Cadmos[i] si commenta ironicamente l’ultima incombenza burocratica prevista per gli studi dentistici: la valutazione del grave problema (!!!???) dello “stress correlato”.[ii] In tutti questi decenni nessun dentista se ne era mai accorto, ma la recente normativa, elaborata da chi evidentemente non ha mai messo il piede in uno studio dentistico, ci illumina senza comunque proporre una soluzione ma solo una ulteriore burocratizzazione e un paradossale aumento di stress e di spese.

In analogia a questa lieta novella desidero analizzare il problema dei requisiti autorizzativi per esercitare l’odontoiatria. Anni fa lessi “Il certificato come sevizia”, un libro scritto dal geniale e compianto Giorgio Ferigo, un medico del lavoro e igienista della sanità pubblica. Come membro della EBP (Evidence Based Prevention) insieme ad altri colleghi scoprì che circa il 25% delle cose che si fanno come certificatori dell’ASL sono dimostrabilmente efficaci, che un altro 25% delle cose sono dimostratamente inutili e il rimanente 50% delle cose nessuno si è mai preoccupato di dimostrare se siano utili o inutili.[iii] Significa che: “Molti dei certificati “sanitari” richiesti ai cittadini italiani non hanno alcun significato sanitario. Spesso non certificano nulla di certificabile, e costringono il medico che li rilascia ad illazioni, previsioni, predizioni e ad un esercizio della prognostica che si rivela molto prossimo alla divinazione. La possibilità che un certificato si approssimi alla realtà è remota; la sua efficacia è generalmente nulla; il suo scopo è la trasformazione del facile nel difficile tramite l'inutile; ottenerne uno si risolve in: ingiustificata perdita di tempo, ingiustificati prelievi di liquidi organici, ingiustificato esborso di denaro da parte del certificando; ed ingiustificata umiliazione del certificatore.”[iv] In altri termini significa ”costringere i medici a certificare ciò che certificabile non è, impegnandoli in pratiche burocratiche infinite che costano tempo e risorse, che vengono conseguentemente sottratte all’attività che i medici dovrebbero esercitare, cioè visitare i cittadini”.[v]

Un esempio nel campo della ristorazione: l’igiene non è uno “stato” ma un “processo”, ne consegue che fornire l’autorizzazione all’esercizio della ristorazione il giorno x non elimina affatto il rischio che il giorno successivo venga somministrato dell’arsenico ai clienti.

Certificazione e autorizzazione sono parenti prossimi. Scrive Savino Cassese, uno dei massimi giuristi amministrativi italiani: “L’autorizzazione toglie un limite all’esercizio di un diritto proprio di un privato, è una forma di controllo pubblico su attività privata che si esercita subordinando il loro svolgimento al consenso della pubblica amministrazione.” [vi]

 

Veniamo a noi medici dentisti. Se giustamente per esercitare la professione occorre rispettare certi requisiti di legge, ancorché alcuni discutibili, è invece tutta da dimostrare l’utilità derivante dall’aggiunta di una normativa autorizzativa regionale che impone una ulteriore burocratizzazione. Si assiste alla comparsa di quello che possiamo definire un “rituale sanitario”. Cos’è un rituale? Può essere definito come “ogni forma consolidata di comportamento che porta coloro che vi partecipano a una certa credenza”.[vii] Ad esempio, la danza della pioggia dei nativi americani è un rituale che, stante ai suoi adepti, dovrebbe risolvere i problemi causati dalla siccità. Se dopo i primi tentativi la pioggia non cade, aumenta progressivamente la partecipazione e l’intensità della danza e dei canti. In altri termini i partecipanti sono indotti a spendere sempre maggiori energie e tempo per quella che è una credenza che non genera l’utilità attesa. Chi pratica il rituale è talmente convinto della propria credenza che perde la capacità di interrogarsi della sua utilità. In ambito sanitario è mai stato provato che il rituale autorizzativo genera qualità e la riduzione degli accidenti? La domanda che sorge spontanea è: ma in quelle regioni d’Italia (Liguria, Piemonte, Calabria e Basilicata) dove non è previsto il criterio autorizzativo per esercitare l’odontoiatria, abbiamo per caso assistito a un degrado della qualità delle prestazioni mediche e a un aumento degli accidenti nell’ambiente del lavoro? Mi piacerebbe che qualcuno lo dimostrasse, specie quei dirigenti associativi che difendono i requisiti autorizzativi. Se, come penso, l’utilità non è dimostrabile, a chi e a cosa giova il regime autorizzativo? Di fronte a questa inutilità burocratizzante Giorgio Ferigo invitava al “gioioso fanculismo”;[viii] io mi accontenterei di provocare una sana ed utile riflessione.

 

Nick  Sandro  Miranda

Nicksandro.miranda@gmail.com

 

 

 



[i] Guastamacchia Carlo, Editoriale: abbasso i problemismi!, Dental Cadmos, Marzo 2011, n.3, p.109.

[ii] Articolo 28, comma 1, del D. Lgs 9 aprile 2008, n. 81

[iv] Ferigo Giorgio, Il certificato come sevizia, Forum Editore, Udine 2003, p.9.

[v] Il Friuli, XIV, n. 27, 11 luglio 2008, p. 3

[vii] Illich Ivan, I fiumi a nord del futuro, Quodlibet Editore, Macerata 2009, p.131.

[viii] Ferigo Giorgio, Il certificato come sevizia, Forum Editore, Udine 2003, p.12.

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