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Il Medico può violare la privacy per difendersiPubblicato il 17-10-2011

Non viola la privacy il medico che rivela i dati sensibili senza il consenso del paziente per difendersi int ribunale nei suoi confronti o in altro giudizio che tragga origine dalla relazione con lui. Lo ha stabilito la terza sezione penale della Corte di Cassazione che, con sentenza n. 35296/2011, depositata il 29 settembre, ha rigettato il ricorso presenatto da una paziente contro una sentenza del Gup dell'Aquila che aveva dichiarato non luogo a procedere nei confronti di un medico reo di avere utilizzato dati sanitari in un procedimento civile che la opponeva ad un altro sanitario.

La dottoressa era stata accusata di aver abusato del suo ruolo e di aver rivelato, per trarne profitto notizie concernenti la patologia di cui aveva sofferto. In particolare, si contestavano al camice bianco tre comportamenti illeciti: aver proceduto al trattamento dei dati personali sullo stato di salute della paziente senza il consenso dell'interessata e l'autorizzazione del Garante al di fuori delle ipotesi consentite di cui al D. Lgs 196/03 (artt. 26 e 167, D. Lgs 196/03 e 61 n. 9 del Codice penale) rivelando a vari soggetti notizie concernenti la patologia di cui aveva sofferto; essersi procurata altre informazioni attingendole dalla cartella clinica ospedaliera, per difendersi nel giudizio civile in cui la paziente l'aveva coinvolta per farsi riconoscere un risarcimento danni; aver comunicato gli stessi dati sensibili al suo difensore e a terzi, nell'ambito di un'altra controversia con un collega di lavoro per la quale aveva chiesto istanza di ricusazione del giudice, padre della paziente.

Il medico si era difeso sostenendo di aver agito per ottenere un risultato lecito in quanto l'obiettivo era di sostenere il proprio diritto alla difesa, principio costituzionalmente garantito.

La Suprema Corte ha richiamato il principio di diritto già enunciato dalle Sezioni Unite Civili in una fattispecie relativa al trattamento di altri dati sensibili: "In tema di protezione dei dati personali, non costituisce violazione della relativa disciplina il loro utilizzo mediante lo svolgimento di attività processuale giacchè detta disciplina non trova applicazione in via generale, ai sensi degli artt. 7. 24 e 46-47 D.Lgs. 193 del 2003 (il cosiddetto Codice della Privacy), quando i dati stessi vengono raccolti e gestiti nell'ambito di un processo; in esso, infatti, la titolarità del trattamento spetta ll'Autorità giudiziaria in tal sede vanno composte le diverse eisigenze, rispettivamente, di tutela della riservatezza, e di corretta esecuzione del processo, per cui, se non coincidenti, è il codice di rito a regolare le modalità di svolgimento in giudizio del diritto di difesa e dunque, con le sue forme, a prevalere in quanto contenente disposizioni speciali e, benchè anteriori, non suscettibili di alcuna integrazione su quelle del predetto codice delle privacy".

La produzione in giudizio di documenti contenenti dati personali, prosegue la Suprema Corte, è sempre consentita ove necessaria per esercitare il proprio diritto di difesa, anche in assenza del consenso del titolare e quali che siano le modalità con cui è stata aqcquisita la loro conoscenza.

La facoltà di difendersi in giudizio utilizzando dati personali va tuttavia esercitata in rispetto dei doveri di correttezza, pertinenza e non eccedenza previsti dall'art. 9, lettera A) e D) della legge 675/1996, sicchè la produzione in giudizio va valutata in base al bilanciamento tra il contenuto del dato utilizzato cui vanno correlati il principio di riservatezza e le esigenze di difesa.

Secondo la sentenza, quindi, l'imputata ha correttamente comunicato i dati all'interno del processo e non rileva affatto che all'interno dell'ufficio giudiziario altre persone possano aver acquisito le notizie sanitarie. Gli addetti all'ufficio, infatti, al pari dei sanitari sono tenuti al segreto professionale.

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