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Responsabilità per procedure in contrasto con letteraturaPubblicato il 02-02-2012

Il fatto
Il Tribunale di Salerno dichiarava colpevole del reato di omicidio colposo un medico di pronto soccorso e lo condannava alla pena di due anni e otto mesi di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali e al risarcimento del danno.  Al sanitario si rimproverava di avere omesso di sottoporre un paziente a rilievi anamnestici, esami obiettivi e accertamenti di laboratorio necessari a individuare la patologia attraverso un corretto percorso diagnostico e dimettendolo invece dopo una generica visita, un Ecg e una fleboclisi, senza formulare alcuna diagnosi e prescrizione terapeutica, ma solo limitandosi ad annotare nel registro, neppure sottoscritto, la sintomatologia riscontrata di "epigastralgia", cagionando quindi la morte dell'uomo, che interveniva circa dodici ore dopo la dimissione per infarto miocardico acuto della parete postero- laterale del ventricolo sinistro. Riteneva il Tribunale che l'evento non si sarebbe verificato se il sanitario avesse formulato un corretto giudizio diagnostico dell'episodio di ischemia cardiaca in atto al momento del suo intervento, monitorando le condizioni con un'osservazione protratta per un periodo di sei-dodici ore che, consentendo gli immediati trattamenti terapeutici, avrebbe evitato l'exitus. La Corte d'appello confermava la sentenza di primo grado e ciò induceva l'imputato a ricorrere per cassazione.

Diritto
La Suprema Corte ratificando il ragionamento seguito dai giudici d'appello ha evidenziato che i sanitari del pronto soccorso effettuarono un tracciato elettrocardiografico, a prova del fatto che fin dall'inizio vi era stato il sospetto di una possibile patologia cardiaca, sulla base evidentemente delle informazioni fornite dal paziente. Il sanitario imputato non tenne in nessuna considerazione l'esito di tale tracciato, sebbene taluni aspetti morfologici dello stesso avrebbero dovuto ingenerare il sospetto diagnostico di una ischemia miocardica, specialmente in considerazione dell'età  (59 anni), della familiarità per cardiopatia e della preesistenza di diabete. Invece il medico, come correttamente affermato in primo e secondo grado, non tenne sotto controllo il paziente per almeno 6/12,come invece avrebbe dovuto, né fece eseguire adeguati esami laboratoristici e strumentali, come prescritto dalla letteratura medica.

Esito del giudizio
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso.

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