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Responsabilità verso la Asl per gravi carenze e negligenzePubblicato il 10-02-2012

Il fatto
Un medico di guardia al pronto soccorso ospedaliero non ha provveduto a visitare il paziente, affetto da forti dolori al torace, giunto in condizioni fisiche precarie, né tanto meno a eseguire accertamenti strumentali (ecocardiogramma, elettrocardiogramma); inoltre, rimanendo seduto alla scrivania, ha raccolto sommariamente poche informazioni dalla persona che lo aveva accompagnato e ha delefato l'infermiere alla sola misurazione della pressione arteriosa e del battito cardiaco; ha diagnosticato, poi, una «sindrome depressiva», prescrivendo la somministrazione di venti gocce di valium e una iniezione intramuscolare di toxepasi. L'uomo, dimesso su indicazione del sanitario, è deceduto pochi minuti dopo il rientro a casa ancor prima dell'arrivo dell'ambulanza. Dalla vicenda è seguita la condanna del medico per omicidio colposo e la condanna dello stesso, in solido alla Asl, al risarcimento del danno per circa un milione e quattrocentomila euro. L'azienda ha risarcito per intero il danno e, ritenendo vi fosse colpa grave del sanitario, ha segnalato la questione alla procura presso la Corte dei Conti che ha intrapreso azione nei confronti del medico per ottenere ristoro del danno erariale subito, pari alla somma risarcita ai familiari del defunto.

Il diritto
Dalle risultanze del giudizio penale era emerso che la situazione del pronto soccorso non era tale da scriminare la condotta del sanitario, né da attenuare significativamente la sua responsabilità penale, giacché in quel momento vi era un solo paziente affetto da malessere generale e leggero dolore in corso di visita, mentre gli altri due pazienti non presentavano particolari emergenze (affetti da «cirrosi epatica e infezione Hiv» e da «epistassi»). La Corte d'Appello aveva avuto occasione di affermare la lacunosità e inadeguatezza dell'anamnesi e la superficialità della diagnosi in rapporto alla sintomatologia palesata dalla gestualità del paziente e dal suo stato di agitazione, aggiungendo: «è indubbio che la condotta dell'imputato fu gravemente carente e che egli venne meno ai doveri inerenti la propria qualifica di medico addetto a un servizio di pronto soccorso, tra i quali rientra innanzitutto quello di acquisire tutti i dati necessari per pervenire a una diagnosi quanto il più possibile corretta». E concludendo che un tempestivo intervento medico «aveva alte probabilità di impedire l'evento infausto», cosa rimasta «viceversa preclusa da una diagnosi precipitosa e ingiustificata». Da qui l'emersione di tutta una serie di elementi che denotano come la condotta del medico fosse stata improntata a grave negligenza, presupposto indispensabile per il sorgere della sua responsabilità amministrativa verso l'Ente datore di lavoro che ha risarcito i familiari della vittima.

Esito del Giudizio
La Corte dei Conti ha condannato il sanitario al pagamento di 1.416.330,16 euro in favore della Azienda sanitaria.

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