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Custodia cautelare in carcere per il primario indagatoPubblicato il 25-01-2013

Il fatto
Il Tribunale di Napoli ha disposto nei confronti del direttore di Uoc di una struttura pubblica l'applicazione della misura cautelare della custodia in carcere in relazione ai delitti di partecipazione ad associazione per delinquere, truffa aggravata, falso in atto pubblico, concussione consumata e tentata e peculato. La questione sottoposta al vaglio della Suprema Corte ha per oggetto l'ordinanza di custodia cautelare in carcere in relazione ai fatti contestati. Alla base dell'impianto accusatorio era emerso che il primario ospedaliero nel contempo, amministratore di fatto e proprietario pro quota (per il tramite di prossimi congiunti) di una clinica privata, approfittando della convenzione che tale struttura privata aveva concluso con la Asl per lo svolgimento da parte di alcuni medici dell'ente pubblico di attività sanitarie in regime di intramoenia, aveva concorso nella consumazione di una serie di truffe ai danni di quella pubblica amministrazione, facendo risultare come realizzati da medici convenzionati interventi chirurgici eseguiti da altri medici, ovvero facendo risultare come realizzati interventi per patologie diverse da quelle reali, ma rientranti nella previsione della convenzione, poi chiedendo ed ottenendo dalla asl una quota di denaro quale retribuzione dei costi di utilizzo della struttura: operazioni chirurgiche eseguite, peraltro, in favore di pazienti che, a loro volta, avevano pagato privatamente un ulteriore corrispettivo per quelle prestazioni, facendo così lucrare alla clinica privata il beneficio d i un "doppio pagamento".

Il diritto
Sulla base delle accuse ancora più in dettaglio indicate nel testo integrale della sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso proposto dall'imputato affermando la legittimità del provvedimento dispositivo della custodia cautelare in carcere che era stata disposta dal Tribunale sul presupposto che essa fosse proporzionata ai fatti oggetto di indagine e adeguata a fare fronte al rischio di recidiva, desumibile dalla spiccata capacità criminale dimostrata nella gestione di un quel "sistema truffaldino" e nella spregiudicatezza con cui l'indagato aveva sfruttato la sua concorrente posizione di primario di un ospedale pubblico e di gestore di fatto di una clinica privata convenzionata con la stessa pubblica amministrazione.

Esito del giudizio
La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal sanitario.

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