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Cassazione, nessuno sconto al medico distrattoPubblicato il 25-03-2014

Corte

Nessuno può invocare l'esonero da responsabilità confidando che un altro provveda a correggere il proprio errore.

La sentenza n. 4985/2014 della IV sezione della Cassazione penale, espone chiaramente i doveri del medico e quali sono le responsabilità condivise. Ma veniamo ai fatti: una donna di 24 anni al terzo mese di gravidanza muore per un coma gravidico dopo essersi rivolta al proprio ginecologo che, dopo una visita cui furono eseguiti esami da cui emerse un valore del glucosio di gran lunga superiore a quello normale, decise di non eseguire alcuna terapia. Dopo il perdurare della nausea e del vomito, il medico dispose il ricovero della paziente nella clinica privata in cui prestava servizio, dove la sottopose a nuovi esami che evidenziarono valori di glucosio elevatissimi. E ancora una volta decide di non avviare alcun intervento. Dopo tre giorni la situazione precipitò con delirio, quindi stato comatoso con il test glicemico che schizzò a un valore altissimo. Venne disposto l'immediato ricovero presso un ospedale pubblico per un grave coma diabetico. Poco dopo la paziente morì.

Le motivazioni: I giudici di merito hanno ritenuto accertata la responsabilità colposa di tutti i medici e del primario per non aver diagnosticato una patologia facilmente individuabile, omettendo così i trattamenti necessari che sicuramente l'avrebbero salvata. Secondo i singoli medici, i giudici di merito non avrebbero esaminato le singole condotte ritenendoli tutti colpevoli allo stesso modo. In particolare, per la difesa il primario avrebbe avuto un ruolo limitato in quanto aveva lasciato la clinica prima dell'aggravamento e durante quei giorni era stato impegnato in numerosi interventi. In realtà - spiega la sentenza - dalla ricostruzione dei fatti è emerso che sebbene il primario fosse entrato in relazione con la paziente non aveva visionato la cartella clinica poiché nessuno l'aveva compilata. La cartella fu infatti compilata tre giorni dopo il ricovero, quando la situazione era già precipitata. Prima di allora nessuna annotazione, nessuna documentazione che potesse servire per orientare l'attività terapeutica. Il reparto, affermano con durezza i giudici «non costituiva di fatto una compagine di sanitari ma il luogo di copresenza di medici che erano delle monadi senza, quindi, che avvenisse alcun consulto o si esplicasse alcuna cooperazione. Questo spiega il fatto che la paziente sia stata lasciata in balia delle cure inappropriate di uno dei medici, mentre gli altri sanitari e il primario si disinteressavano al caso». Ma il primario - ricorda la Cassazione - «era tenuto a ruolo di supervisione nei confronti degli altri terapeuti presenti nel reparto, anche quando i pazienti erano a essi affidati. È evidente che, dovendo supervisionare, non ci si può passivamente affidare ma occorre instaurare un rapporto critico-dialettico con gli altri sanitari, tanto più quando il caso si rivela per qualunque ragione di problematica risoluzione». Nessuna attenuante, dunque, anche se il danno è stato risarcito e se ai familiari della donna è stata pagata dalla società assicuratrice una somma cospicua. Perché nella fattispecie non c'è stata soltanto una «gravissima imperizia» ma qualcosa di più: «Il disinteresse sostanziale nei confronti della sorte della vittima». Un distacco imperdonabile per un medico.

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