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IN MALATTIA NIENTE SECONDO LAVOROEvento del 01-12-2009

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da IL SOLE 24 ORE del 16 novembre

Può perdere il posto il dipendente che durante l'assenza ha svolto un altro incarico e ha ritardato il rientro.

Cercare di arrotondare le proprie entrate facendo un secondo lavoro durante i periodi di astensione dall'attività non sempre produce gli effetti sperati. È infatti legittimo il licenziamento del dipendente che durante l'assenza per malattia fa il cameriere presso un ristorante la notte di San Silvestro. 
Il recesso in questo caso è giustificato non tanto dal compimento di un altro lavoro, quanto dal fatto che questo nuovo impegno ha compromesso il suo stato di salute e ritardato il rientro in azienda. 
Si tratta in sostanza di una grave violazione dell'obbligo di leale collaborazione che deve contraddistinguere tutta la "vita" lavorativa del dipendente.

Sono i principi enunciati dalla Cassazione nella sentenza 23444/2009 che ha respinto il ricorso di un operaio licenziato per aver svolto attività lavorativa subordinata a favore di un terzo durante il periodo di malattia. 
Il dipendente, infatti, si era assentato dal lavoro, dal 26 al 31 dicembre, a causa di una depressione ansiosa reattiva certificata dal suo medico di fiducia il quale, peraltro, gli aveva anche prescritto l'astensione dai turni lavorativi notturni per sei mesi. 
La sera dell'ultimo dell'anno, però, l'uomo aveva lavorato come cameriere presso un ristorante della zona durante il tradizionale cenone. 
L'attività si era protratta per molte ore e in una sala con più di 500 ospiti con la conseguenza che il giorno successivo aveva inviato al datore di lavoro un nuovo certificato medico di prosecuzione della malattia fino all'11 gennaio. Di qui il provvedimento disciplinare. 

Di fronte ai giudici l'operaio si è difeso sostenendo che non vi era proporzione tra l'addebito e la sanzione comminata e che, soprattutto, come ritenuto anche dal proprio medico curante, non esisteva alcuna incompatibilità tra la condizione di malattia e un'isolata prestazione lavorativa nel ristorante.

Le osservazioni non hanno convinto i giudici i quali hanno escluso l'esistenza di una simulazione della malattia ma hanno ritenuto legittimo il recesso. 
Secondo il collegio, infatti, l'operaio si era ripreso dalla sindrome depressiva tanto da sentirsi in grado di affrontare una faticosa attività lavorativa presso il ristorante. 
Questo comportamento, però, aveva ritardato la sua guarigione tanto da costringerlo l'indomani a proseguire l'astensione. Secondo i giudici è ragionevole presumere che l'onerosità della serata di lavoro, protrattasi fino a tarda notte, con alterazione del ciclo veglia sonno abbia determinato una recrudescenza del male.

La controversia si è così spostata di fronte alla Cassazione che ha confermato le conclusioni di merito. In particolare la Suprema corte ha stabilito che lo svolgimento di un'altra attività lavorativa da parte del dipendente in malattia può giustificare il recesso del datore di lavoro «in relazione ai doveri di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà», non solo quando si presume l'inesistenza dello stato morboso ma anche nell'ipotesi in cui l'attività, «valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio». 
Si tratta di una condotta gravemente inadempiente «all'obbligo generale di collaborazione». 

Se pure il lavoro non assume un valore assoluto nella vita di una persona ma è il mezzo «per procacciare a sé e alla sua famiglia il sostentamento», non deve essere trascurato che l'obbligo della prestazione lavorativa assunta con il contratto fa scaturire un «legittimo affidamento» del datore di lavoro il quale, nell'ambito di un rapporto a tempo indeterminato, conta sulla «continuità della prestazione del dipendente». 
Perciò, quando questa viene meno, a causa di una scelta consapevole del lavoratore, l'intero rapporto non può più proseguire. 


Remo Bresciani
IL SOLE 24 ORE

IL FATTO

Galeotta fu la notte di Capodanno. Un dipendente era assente dal lavoro, dal 26 al 31 dicembre a causa di una depressione ansiosa reattiva certificata dal Medico di base il quale, peraltro, gli aveva anche prescritto l'astensione dai turni lavorativi notturni per sei mesi. La sera dell'ultimo dell'anno l'uomo aveva lavorato come cameriere presso un ristorante della zona durante il tradizionale cenone. L'attività era durata parecchie ore per di più in una sala con oltre 500 ospiti e con la conseguenza che il giorno successivo aveva inviato al datore di lavoro un nuovo certificato medico di prosecuzione della malattia fino al 11 gennaio.

IL VERDETTO

Il provvedimento disciplinare è legittimo e non è una sanzione sproporzionata come sostenuto dalla difesa del dipendente. La Suprema corte ha stabilito che lo svolgimento di un'altra attività lavorativa da parte del dipendente in malattia giustifica il recesso del datore di lavoro "in relazione ai doveri di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà" non solo quando si presume l'inesistenza dello stato morboso ma anche nell'ipotesi in cui l'attività, "valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio". Si tratta di una condotta gravemente inadempiente "all'obbligo generale di collaborazione".

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