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dal Sole 24 ore Sanità del 24/30 novembre 2009

Se le analisi sono dubbie prima di intrvenire occorre approfondire

Alcuni meidici, in servizio presso una ca di cura privata, venivano imputati di omicidio colposo di una paziente. Secondo l'accusa in qualità di componenti di una equipe chirurgica, erano intervenuti per l'impianto di una protesi all'anca su una donna nonostante il quadro clinico e loboristico della paziente lo sconsigliasse.

Era così potuto accadere che l'atto operatorio determinasse il viraggio della non diagnosticata sieropositività in AIDS della donna, che a 16 mesi dall'intervento era morta.

I sanitari venivano assolti sia in primo che in secondo grado perchè il fatto non costituisce reato. La parte civile ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza assolutoria di appello e la Suprema Corte ne ha riconosciute fondate le ragioni. Rilevano i giudici di legittimità (sentenza n. 37880/2009 della sezione quarta penale depositata il 25 settembre) come la Corte di secondo grado non abbia esattamente individuato il rimprovero di colpa da muoversi agli imputati. Quest'ultimo non consisteva nell'avere omesso una corretta diagnosi del virus prima di sottoporre la paziente all'intervento operatorio ma nel non aver valutato in maniera più penetrante il quadro delle alterazioni immunologiche manifestato dalla malata.

Ma i giudici di merito non videro la "colpa"

La Corte d'appello di Roma (con sentenza dell'8 maggio 2008) pur affermando che il quadro delle alterazioni di natura emato-chimica si era manifestato in tutta la sua gravità e avrebbe imposto ulteriori approfondimenti prima dell'esecuzione di un intervento chirurgico (peraltro non necessario nè urgente) escludeva però che la condotta degli imputati costituisse reato.

Infatti, peri giudici di secondo grado, non si poteva parlare con certezza di una loro colpa, sia perchè le condizioni della donna erano buone e non destavano sospetti sulla sua sieropositività sia perchè i sanitari ritennero che gli esami di laboratorio fossero compatibili con la diagnosi di artrite reumatoide sia perchè si era profilato un certo miglioramento.

D'altra parte - continuavano i giudici di appello - nonostante il perito d'ufficio avesse affermato che anche un medico appena laureato avrebbe potuto cogliere i segnali della patologia e avrebbe indagato sino alla corretta diagnosi, "non si poteva pretendere dai sanitari di una clinica ortopedica convenzionata il possesso del corredo culturale e sperimentale di un medico specialista ematologo". La stessa Corte -  deve precisarsi - mandava assolto uno dei sanitari per non aver commesso il fatto, atteso il ruolo marginale del medesimo svolto all'interno della equipe operatoria.

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